Recensione "Il Male degli Avi. Oltre i confini" di Giorgia Staiano

Titolo: Il male degli avi. Oltre i confini
Autore: Giorgia Staiano
Pagine: 220
Editore: Astro Edizioni
Prezzo: 12.90 €
Trama

L’umanità ha fallito. La Madre Lios, stanca dei continui soprusi subiti, ha distrutto la razza umana, salvando solo pochi eletti. Millenni dopo, gli Elit, uno dei sette popoli della Nuova Era, proibiscono le emozioni negative. Un giovane, però, viene meno a questo giuramento. Mizar è irascibile, scontroso e in eterno conflitto con se stesso; nulla può contro la sua parte più oscura. In tutto il mondo, intanto, prende corpo una macabra consapevolezza: i bambini stanno nascendo senza anima. Lios ha mantenuto l’antica promessa. Un viaggio obbligato di dominio e conquista condurrà Mizar negli angoli più sperduti del globo dove, insieme alla giovane Kaila del popolo guerriero dei Dashu, affronterà i suoi demoni. Il Male degli Avi non ha ancora vinto…

Il male degli avi è un libro che da subito ha catturato la mia attenzione, ha una trama con buoni spunti di riflessione e tutto sommato è piacevole da leggere, con uno stile ben misurato, ma purtroppo è costellato di errori di ingenuità. 
Il romanzo è un distopico fantasy ambientato nel nostro mondo millenni dopo la quasi completa distruzione del genere umano, infatti sono sopravvissuti solo sette popoli eletti sparsi nei vari continenti.
È stata la Madre Lios, la divinità in cui credono gli umani, a impartire una lezione tanto dura, ma le motivazioni e il modo in cui si è arrivati quasi all’estinzione vengono espressi in modo generico, si accenna a cambiamenti climatici, a cataclismi e poi c’è questo riferimento poco chiaro al fatto che le armi siano da ritenere responsabili:

«Ma esse non sono gli strumenti che hanno condotto gli Avi alla distruzione?»

Molte altre cose non trovano una giustificazione o una spiegazione. Per esempio non si capisce se i vari popoli sappiano dell’esistenza gli uni degli altri e, dato che da centinaia di anni vivono isolati e senza avere contatti tra di loro, sembra anche strano che parlino tutti la stessa lingua.
In generale possiamo dire che l’autrice commetta errori di ingenuità nel gestire una narrazione ampia, poteva giocare un po’ meglio le proprie carte, altre volte sarebbe bastata un po’ di documentazione in più, per esempio per quel che riguarda l’equitazione, niente che un editing non possa comunque risolvere. 
Per quanto riguarda i personaggi, non sono riuscita ad affezionarmi a nessuno di essi. 
Mizar, il protagonista, dal carattere irascibile e orgoglioso, l’ho sopportato un po’ poco, è troppo vittima di quella rabbia cieca che lo fa agire in modo sconsiderato, ma tra tutti è quello indubbiamente più riuscito.
Personalmente ho trovato gli altri personaggi privi di particolare spessore, con una caratterizzazione minima, in alcuni punti mi sono sembrati anche incoerenti, i personaggi secondari mancano del tutto o sembrano una macchia indistinta sullo sfondo.
Lo stile è la parte del libro di cui sono rimasta maggiormente soddisfatta. La scrittura di Giorgia Staiano è limpida, senza tanti fronzoli ma nemmeno troppo elementare, scorre veloce senza intoppi, a parte qualche refuso e qualche utilizzo improprio di alcune parole.
Nel complesso, pur con tutti gli aspetti che con mio grande dispiacere non mi hanno convinto, è stata una lettura veloce e leggera. Purtroppo non posso ignorare gli aspetti negativi, ma riconosco che per quanto riguarda l’inventiva e lo stile l’autrice ha del potenziale e mi auguro che possa migliorare e crescere sempre di più nel suo percorso.

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Recensione "La Veggente e la Spada" di Victoria Hanley

Folletti, siete pronti per una nuova recensione?
Oggi vi parlo di un bellissimo libro!


Titolo: La veggente e la Spada

Autore: Victoria Hanley
Pagine: 225
Editore: Mondadori
Prezzo: 16.53 €
Serie: 01. La veggente e la spada
02. The Healer’s Keep

03. The Light of the Oracle
*I libri sono ambientati nello stesso modo, ma in epoche diverse 
e possono essere considerati autoconclusivi*



Kareed, re di Archeld, è un sovrano ambizioso, protervo e feroce in battaglia, ma sua figlia Thorina lo guarda con ammirazione mentre torna a casa dalla sua ultima guerra. Ha sconfitto il regno di Bellandra, vissuto in pace per un secolo grazie a una Spada magica che protegge chi la possiede. Thorina è ancora troppo piccola per capire il prezzo della vittoria: la cultura, le arti, il sapere e la serenità di quel luogo leggendario sono state cancellate da suo padre. Quando però il re le dona in schiavo il principe Lando qualcosa in lei vacilla e decide di restituirgli la libertà. Ma Kareed ha un altro regalo per sua figlia: una sfera di cristallo in grado di farle vedere il futuro, tranne il suo.

Da questo giorno sono destinate a cambiare molte cose: l’amicizia tra Lando e Thorina si fa sempre più forte, distogliendo il principe dai suoi pensieri di vendetta, ma i giorni felici trascorsi da bambini stanno per finire. L’inesorabile futuro tesse le sue trame e solo Thorina può impedire che accada l’impensabile, qualcosa che sconvolgerebbe per sempre la sua vita….
La Veggente e la Spada è un romanzo fantasy dal sapore classico e fiabesco, la cui trama può apparire simile a quella di un qualsiasi altro fantasy. Eppure va oltre la solita storia d’amore e la lotta tra bene e male: non mancano colpi di scena e svolte improvvise nella trama, ma questo libro cela qualcosa di più. Mi soffermerò maggiormente sulle tematiche affrontate per non rischiare di fare spoiler.
Fin dalle prime pagine l’autrice ci pone di fronte a un tema importante: gli effetti devastanti di una guerra ingiustificata, condotta unicamente per il puro piacere di conquista.
Bellandra non è solo il luogo dove trovano forma le utopie di molti di noi, ma espressione stessa di tutti i valori in esso contenuti: un regno florido, pacifico e felice che dà importanza alla cultura e all’arte, dove i sudditi scelgono il proprio lavoro e la legge più importante è quella di non uccidere il prossimo. Chi non vorrebbe vivere in un posto così? E chi avrebbe il coraggio di spazzare via tutto questo? Kareed di Archeld pensava solo a quanto sarebbe accresciuta la sua fama conquistando l’invincibile Bellandra, governata da re non iniziati all’arte della guerra, e all’umiliazione che avrebbero provato gli abitanti vedendo il principino Lando ridotto in schiavitù. 
La seconda scelta dell’autrice che mi ha piacevolmente colpito è stata la storia d’amore tra Thorina e Lando. Per quanto prevedibile non si tratta di qualcosa di immediato e scontato. E’ chiaro che Victoria Hanley non volesse semplicemente inserire l’elemento romantico: Thorina e Lando sono il simbolo di una nuova generazione che vuole chiudere il passato, un segno di rinascita. E’ ovvio che Lando non potrà mai essere riconoscente all’assassino di suo padre, neanche quando questi gli concede di vivere da uomo libero nel suo regno e persino di essere istruito nella caserma di Emid, che forgia i soldati più valenti di Archeld. Ma i gesti e l’amicizia di Thorina leniscono la sua sete di vendetta, perché i figli non sono uguali ai padri, a volte possono rimediare agli errori commessi dai genitori e la vendetta non risolve i problemi, ma li ingigantisce, stringendo i diretti interessati nella morsa di un circolo vizioso, fatto di continui spargimenti di sangue.
Credo che questo sia il messaggio più bello del libro: anche dalle ceneri di un tragico passato si può costruire un futuro felice.
La magia ha poi un ruolo del tutto marginale, tanto che a volte ci si dimentica della sua presenza. Sembra quasi che l’autrice voglia dire al lettore che per quanto ci sia un pizzico di magia nella vita di tutti noi, di fronte alle avversità possiamo e dobbiamo contare solo sulle nostre capacità. Del resto la sfera di cristallo non rivela mai a Thorina qualcosa sul suo futuro e i poteri della Spada di Bellandra non sono serviti a proteggere il suo possessore.
Tematiche e vicende si intrecciano a creare una trama dalla struttura solida e credibile, fatta di intrighi, tradimenti, fughe e lotta per i propri diritti.
Un altro punto di forza del romanzo sono sicuramente i personaggi
La Hanley mostra abilità e accortezza nella caratterizzazione persino dei personaggi secondari, rendendo ciascuno di loro indimenticabile al lettore.
Il mio personaggio preferito in assoluto è Lando. Giunto ad Archeld all’età di tredici anni, esile e impaurito, Lando diventa un uomo forte sia nell’animo sia nel fisico. E’ costretto a reprimere la sua indole gentile e contraria agli spargimenti di sangue, eppure neanche per un solo istante la vita ad Archeld ha mutato la sua natura. Il coraggio, l’astuzia e il suo cuore grande sono i tratti che lo distinguono, insieme a un invidiabile controllo delle emozioni, una sorta di atarassia. E’ forse il personaggio che cambia più di tutti gli altri, ma rimane in qualche modo fedele al principino che conosciamo nelle prime pagine.
Ho apprezzato quasi allo stesso modo Thorina. Somiglia per certi versi a Merida di The Brave, ma a differenza dell’eroina della Disney l’ho trovata molto più matura. E’ forse la prima principessa il cui comportamento è coerente al suo status sociale e con la sua età: è gentile e generosa, ma anche capricciosa, arrogante, testarda e ribelle. I percoli che correrà la metteranno di fronte alla propria ingenuità e fragilità, costringendola a maturare e diventare una giovane donna consapevole delle proprie responsabilità. 
I due protagonisti sono circondati da una folla di personaggi, ognuno dei quali meriterebbe almeno una riga. Tra questi ci sono Ancilla, la vecchia e saggia nonna di Thorina; il buono e intelligente Eric, uno dei pochi amici di Lando ad Archeld; il severo comandante Emid e Andris il ladro di cavalli.
Arriviamo così a parlare dello stile. Victoria Hanley ci cattura fin dalle prime pagine con una scrittura fresca, scevra di fronzoli inutili, ma al tempo stesso capace di dare quei tocchi di colore e che ne personalizzano lo stile. Nulla è superfluo e tutto confluisce nel creare un’immagine chiara dei personaggi e delle loro azioni.
L’unica cosa che non mi ha convinto è stato l’antagonista: il suo comportamento lo rende senza dubbio odioso, ma è cattivo perché è cattivo, cioè senza un motivo. Il che potrebbe anche starmi bene se mi avesse mostrato un suo lato umano. Ogni persona ce l’ha, anche la più meschina, ma questa verità non sembra potersi applicare all’antagonista di questo libro.
In definitiva La Veggente e la Spada è un libro avvincente, carico di messaggi importanti e con un cast di personaggi di cui vi innamorerete a prima vista.

Vi ho incuriositi? Sapreste consigliarmi un libro simile?

Yvaine

Recensione "Il Corvo di Cristallo" di Chiara Panzuti.

Ciao Folletti,

oggi vi parlo di un libro che mi è piaciuto molto. Scriverne la recensione sarà difficile. Ha aspettato per molto tempo sul mio scaffale, tanto che non mi ricordavo più cosa mi avesse spinto a comprarlo, cosa mi aspettassi da questa storia, ma ci proverò ugualmente.


Titolo: Il Corvo di Cristallo
Autore: Chiara Panzuti
Pagine: 726
Editore: Linee Infinite
Prezzo: 20.00 €
Serie: Autoconclusivo



Non ricordo nemmeno quando comprai questo libro né cosa mi aspettassi di trovarvi all’interno, ma sono sicura che fosse distante anni luce dalla storia che si legge tra queste pagine.
Ho provato più volte a iniziare questa recensione senza però trovare il modo giusto.
Il Corvo di Cristallo è un romanzo distopico, nato quando ancora quasi nessuno li chiamava così. E’ la storia di una vita e di una crescita interiore che non può essere sminuita a una successione di eventi. La protagonista è Akira, una Axer, discendente dalla razza umana ormai estinta e dagli alieni che ne salvarono due gemelli. La sua vita scorre tranquilla su Titania, nonostante il suo pianeta e quello di Craiser siano in guerra da tempo immemore, nulla può scalfire la sua campana di vetro. Nulla tranne una profezia che sembra riguardarla da vicino. Ixchel, la Sacerdotessa della Luna, parla alla dittatrice di Titania dell’esistenza di una pietra dagli enormi poteri, il Corvo di Cristallo, e Oxfandra vuole impossessarsene a tutti i costi per vincere la guerra contro i Craisi.
Akira e i suoi amici vengono inviati nello spazio alla ricerca del Corvo in una serie di peripezie e pericoli che mai avrebbero immaginato. Il loro non è solo un viaggio fisico, ma è un percorso alla scoperta e all’accettazione della vita vera, fatta di azioni e di scelte, di morte e di dolore, di responsabilità.
Chiara Panzuti si concentra molto sull’introspezione dei personaggi, in particolar modo di Akira, e gli avvenimenti passano quasi in secondo piano. La trama è avvincente, sorprende in parecchi punti e sul finale, sono presenti molte idee innovative (quali per esempio le Leggende Perdute), ma il vero punto focale sono le emozioni. All’inizio ho avuto la sensazione che ci fossero dei punti lenti e di cui poteva farsi a meno, ma a fine lettura mi sono resa conto che in un certo senso tutto era necessario. L’autrice vuole mostrare al lettore la vita dei suoi personaggi e, come nella vita di ognuno di noi, ogni momento è importante, nulla merita di essere tralasciato.
La delicatezza e la semplicità con cui vengono scandagliate le emozioni è disarmante. Abbiamo personaggi accuratamente caratterizzati e veri.
Akira inizialmente è cieca davanti alla realtà, preferisce la parvenza di pace ai travagli della vita. Spesso assistiamo alle sue lamentele e al suo disperarsi, ma la sua personalità è credibile in relazione al contesto in cui è cresciuta. Per una buona metà del romanzo ho avuto l’impressione che restasse in disparte rispetto a Yuri e Cleo, fino a quando non acquisisce consapevolezza di sé e della realtà e impara a rischiare. Ingenuità a parte l’ho trovata una bella protagonista.
Essendo un romanzo narrato in prima persona è difficile caratterizzare i personaggi secondari, ma anche Yuri e Cleo sono ben delineati: il primo simpatico, esuberante, ribelle e risoluto; la seconda anche lei inizialmente passiva, ma reagisce più in fretta di Akira e nel trio è quella più dotata di autocontrollo e di sangue freddo. 
Akiba poi è il mio personaggio preferito. Fa la sua apparizione nella seconda metà del libro, ci viene presentato col contagocce, ma da lui traspare tanta dolcezza e sincerità da far venire voglia di abbracciarlo. E’ difficile e stupido ridurlo a una serie di aggettivi, forse perché la sua personalità si esprime di più attraverso i piccoli gesti che con le parole.
Ho riscontrato solo due pecche: la prima riguarda lo stile. Lungo tutto il romanzo si trovano piccoli errori di battitura e di impaginazione, l’uso e l’abuso di punti esclamativi e alcune ripetizioni, tutte cose che mi hanno fatto arricciare un po’ il naso, solo in parte dovute all’autrice e che ho riscontrato in un altro libro della Linee Infinite. Per il resto la scrittura di Chiara Panzuti è fresca, sobria e priva di orpelli retorici. A tratti sembra quasi troppo semplice, ma in alcuni punti le riflessioni di Akira raggiungono livelli in grado di toccare il cuore, nonostante non siano abbellite da metafore e giri di parole. I dialoghi sono ben articolati e non risultano mai banali, a parte alcune volte gli eccessi di allegria fuori luogo quando si stanno stabilendo importanti decisioni.
La seconda riguarda alcuni punti della trama poco chiari, come il motivo della guerra tra Titania e Craiser, e poi lo scarso approfondimento su aspetti della vita quotidiana del futuro, per esempio i tipi di flora e di fauna esistenti su Titania e sugli altri pianeti.
In conclusione Il Corvo di Cristallo è un libro di formazione che può arricchire l’anima di chi lo legge. Non si affrontano soltanto temi quali l’amore e l’amicizia, ma anche la scoperta di se stessi, la presa di coscienza del nostro ruolo nel mondo, il coraggio e la perseveranza di andare avanti anche nelle situazioni più buie e difficili, sulla forza del pensiero e sulla cecità degli uomini, una riflessione sul bene e sul male che non sono altro che etichette e dell’armonia tra i due. Perché a volte non esistono né l’uno né l’altro e “malvagio” è solo ciò che noi ci ostiniamo a chiamare tale. 
Leggetelo, amatelo e, per citare la stessa autrice, “siate liberi“.

Recensione: "La linea d’ombra" di Joseph Conrad

Salve Folletti!
La vostra Yvaine è di nuovo alle prese con la cervicale, ma non demorde!
Sono riuscita a frequentare le lezioni e a dedicare il mio tempo a voi. Sarà merito dei post già programmati? Sicuramente sì, ma lasciatemi godere ancora un po’ di questa parvenza da blogger perfetta!
Oggi voglio parlarvi di una lettura un po’ speciale, quella con cui ho iniziato questo 2015. Pronti?

Titolo: La linea d’ombra
Autore: Joseph Conrad
Pagine: 126
Editore: Garzanti
Prezzo: 8.00 €

Questo romanzo fu consigliato a me e ai miei compagni di classe dal mio professore di filosofia pochi giorni prima dell’esame di maturità. Disse che ci avrebbe aiutato ad affrontare il “distacco”, il cambiamento che avremmo dovuto affrontare a breve.
Mi capitò fra le mani ad agosto, ma ho aspettato fino ad ora per leggerlo e posso dire che forse è stato meglio così. Tenterò di spiegarvi il perché.
La linea d’ombra è un romanzo di formazione basato sulla personale esperienza di Conrad stesso, e per questo forse assume un valore maggiore.
Il protagonista, di cui non si accenna mai il nome, è un giovane primo ufficiale che, preso da chissà quale colpo di testa, decide improvvisamente di licenziarsi. Il capitano e gli altri marinai erano i migliori che avesse potuto sperare di trovare, eppure qualcosa lo spinge via da quel lavoro sicuro e ben retribuito. Se gli chiedono il motivo lui non risponde, perché del resto non saprebbe cosa dire.
Raggiunta la terraferma si reca alla Casa dell’Ufficiale e del Marinaio, una sorta di pensione, dove incontra il capitano Giles, grazie al quale viene a conoscenza di un incarico come comandante su una nave il cui precedente capitano è morto recentemente.
Senza nessun indugio il giovane accetta l’incarico e parte subito per raggiungere nave e marinai a Bangkok, ma una volta arrivato lì dovrà fare i conti con le numerose difficoltà che gli si presentano: la malattia del suo primo ufficiale, la febbre tropicale che sfianca uno alla volta i membri dell’equipaggio e l’insopportabile e irritante bonaccia che li costringe all’immobilità.
La vicenda presenta molte affinità con la vita dell’autore, cosa che ricaviamo dalla prefazione di Conrad. La linea d’ombra è la descrizione di un’esperienza personale che può rispecchiare la condizione universale dell’umanità: il senso di noia e di insofferenza che a volte coglie i giovani e la conseguente voglia di cambiamento, di novità.
E’ per questo che il protagonista guarda con disprezzo il mondo e le persone che lo circondano perché tutto gli sembra statico e insulso; non riesce a capire il motivo delle sue azioni e questo lo rende confuso e facilmente irritabile.
Quando però arriva il comando di Bangkok il suo umore non migliora, non solo per le condizioni dell’equipaggio. Fin da subito il giovane si sente indegno di tale incarico, ha paura che la sua inesperienza e che l’impazienza di un brivido che lo riscuota da quel senso di torpore possano essere fatali per tutti loro; non è pronto per una tale responsabilità.
Il protagonista sarà messo di fronte a una dura verità: quando ciò che desideriamo più ardentemente ci viene offerto dalla vita non sempre siamo pronti per riceverlo.
Eppure prima o poi ognuno di noi deve affrontare la sua “linea d’ombra”, quell’impalpabile confine tra la spensieratezza della giovinezza e la maturità, la presa di coscienza nel proprio ruolo nel mondo e della solitudine in cui ci troviamo ad affrontare le prove della vita.
Veniamo a conoscenza di personaggi che a loro modo hanno qualcosa da insegnare al protagonista. Primo fra tutti il capitano Giles, a volte enigmatico, ma affabile e saggio, assume quasi il ruolo di mentore. Qualcosa nel suo comportamento fa intuire che l’uomo veda oltre e intuisca i pensieri del giovane marinaio, ma lascia che egli faccia la sua esperienza e ne tragga insegnamento. Inizialmente giudicato superficiale e insignificante, il protagonista capirà il vero valore del capitano Giles.
Al signor Burns spetta invece il compito di insegnargli la perseveranza e l’ostinazione, qualità che spingono il primo ufficiale a lottare contro la febbre tropicale e a voler salvare le sorti della nave.
Il tuttofare Ransome, dal cuore malato, con la sua personalità solare e pacata gli farà comprendere invece il valore del coraggio. Ransome è forse il personaggio che mi è piaciuto di più per la forza con cui affronta la malattia: non la vive come un ostacolo, ma come un motivo per cercare di ancorarsi alla vita e a viverla senza rinunce.
L’unica pecca, per così dire, del romanzo, è la lunghezza dei capitoli che in sé non sarebbe grave se non fosse per la totale mancanza di spazi e di pause al loro interno. A volte l’interruzione della lettura ha significato riprenderla con un pochino di difficoltà.
Per il resto ho trovato la scrittura scorrevole e carica di emozioni, coinvolgente.
Non so dire cosa abbia suscitato in me tanto fascino, ma ogni volta che lo aprivo per proseguire non riuscivo quasi a scollarmene.
Un’altra cosa che ho apprezzato poco è stato il finale che mi ha lasciato a bocca asciutta. Avrei preferito qualcosa all’altezza col resto del romanzo, invece la narrazione si interrompe quasi su due piedi. Effettivamente è un difetto solo per metà perché l’interesse dell’autore era mostrarci come si entra nel mondo degli adulti, ciò che sarebbe seguito non rientrava più in questo intento.
Se consideriamo questo libro una sorta di biografia romanzata dell’autore, allora è come se Conrad avesse deciso di raccontarci un episodio della sua vita.
In conclusione La linea d’ombra è un libro da leggere al momento giusto, dopo aver varcato la linea d’ombra, per comprendere ciò che significa e ciò che comporta, e superare così il senso di inadeguatezza che ci attanaglia nel passaggio all’età adulta.

Yvaine

Kids, let’s read! #6: "The Familiars. Il Palazzo dei Sogni" di Adam Jay Epstein e Andrew Jacobson.

Ciao Folletti,
come state?
Stamattina ho girato come una trottola per fare la spesa e un mucchio di altre commissioni, ho fatto la lavatrice e mi sono persa l’eclissi di sole >_>
Spero che voi siate riusciti a vederla!
Ma bando alle ciance, che mi aspetta un pomeriggio di studio. Passiamo all’appuntamento di oggi con la rubrica del venerdì!

Kids, let’s read! è una rubrica dedicata alle recensioni di libri per bambini che ho letto di recente o da piccola. Questi consigli di lettura per i più giovani troveranno il loro spazio il venerdìHo deciso di fare questa distinzione per fare un po’ di chiarezza. Spero che l’idea possa piacervi o quanto meno esservi utile!
Ecco il libro di cui vi parlerò oggi.
Titolo: The Familiars. Il Palazzo dei Sogni.
Autore: Adam Jay Epstein e Andrew Jacobson
Pagine: 250
Editore: Newton Compton
Prezzo: 9.90 €
02. The Familiars. Il segreto della corona.
03. The Familiars. Il cerchio degli eroi.
04. The Familiars. Il Palazzo dei Sogni.

05. ??? (Non ho trovato indiscrezioni sul quinto libro)
Ammetto di aver comprato controvoglia questo libro e di averlo fatto solo per poter concludere una saga. Ora però mi trovo a dovermi ricredere: credo che sia il mio preferito della saga insieme al secondo. 
Sconfitta Paksahara, i Tre della Profezia possono finalmente godersi il meritato riposo, il regno di Vastia sta tornando lentamente alla normalità e Aldwyn può finalmente andare in cerca di sua sorella Yeardley. Eppure qualcuno continua a tramare nell’ombra: una terribile maledizione colpisce la regina Loranella e la colpa viene fatta ricadere su Aldwyn, Skylar e Gilbert, che partiranno subito alla ricerca di un antidoto e del modo per riconquistare la fiducia e la benevolenza di Vastia.
Il Palazzo dei Sogni si rivela una piacevole lettura che ha qualcosa di innovativo rispetto ai precedenti romanzi. Troviamo in questo libro una trama nuova e coinvolgente e una buona dose di mistero sia per dove si trova Yeardley sia per il nuovo nemico. Fughe, colpi di scena, amici che diventano nemici, nuove creature, nuovi luoghi e nuovi oggetti magici, una corsa contro il tempo dove qualcuno sembra precederli sempre.
La cosa che ho apprezzato di più è stato il mondo dei sogni, veramente ben costruito, pericoloso e affascinante.
Come ho detto, un libro pieno di novità, ma ho ritrovato anche i difetti che non mi erano piaciuti negli altri romanzi: gli eventi si susseguono con troppa frenesia e i personaggi non subiscono un’evoluzione.
Solo Gilbert mi sembra un po’ più intraprendente rispetto alla raganella impacciata dell’inizio di questa storia e ho l’impressione che i ruoli all’interno del trio si siano stabilizzati ed equamente spartiti.
Il finale lasciato piuttosto in sospeso presagisce l’uscita di un ulteriore libro, ma a ben due anni di distanza non sono riuscita a trovare informazioni riguardo a un quinto episodio. 
Spero che venga pubblicato il seguito e nel frattempo non posso fare altro che consigliarvi questo libro.

 Cosa ne pensate di questa saga?

Yvaine

Kids, let’s read! #5 "The Familiars.Il cerchio degli eroi" di Adam Jay Epstein e Andrew Jacobson

Ciao Folletti e buon venerdì! ^^
Oggi è il giorno dedicato alla rubrica Keads, let’s read!dedicata alle recensioni di libri per bambini che ho letto di recente o da piccola. Questi consigli di lettura per i più giovani troveranno il loro spazio il venerdìHo deciso di fare questa distinzione per fare un po’ di chiarezza. Spero che l’idea possa piacervi o quanto meno esservi utile!
Curiosi di sapere di cosa si parla oggi?
Titolo: The Familiars. Il cerchio degli eroi.
Autore: Adam Jay Epstein e Andrew Jacobson
Pagine: 251
Editore: Newton Compton
Prezzo: 9,90 €
  Serie: 01. The Familiars.
02. The Familiars. Il segreto della corona
03. The Familiars. Il cerchio degli eroi

04. The Familiars. Il Palazzo dei Sogni


Non è facile scrivere questa recensione.
Il primo libro della saga mi era tanto piaciuto per la sua originalità e simpatia. Il secondo non avevo molta voglia di leggerlo, ma poi si è rivelata comunque una lettura piacevole.
Il climax discendente prosegue con Il cerchio degli eroi: ho aspettato un anno prima di decidermi a leggerlo, rivelandosi poi piacevole, sì, ma mi sono accorta che mi ha lasciato meno dei precedenti. Perché? Non mi è ancora del tutto chiaro, ma proviamo a scoprirlo insieme.
La trama segue le avventure di Aldwyn, Skylar e Gilbert sempre nel tentativo di fermare Paksahara. Da quando la malvagia lepre ha assunto il controllo della Fortezza Itinerante ha privato gli esseri umani dei loro poteri e ha cominciato a reclutare attorno a sé un esercito di animali zombie con l’ordine di distruggere i tre Petroglifi presenti a Vastia, grazie ai quali è possibile evocare la Fortezza. Tutti fanno affidamento sui Tre della Profezia: devono trovare i sette discendenti degli animali più antichi che strinsero il Primo Phylum ed evocare così la Fortezza. Forti della profezia che li riguarda, tutti credono fermamente nella loro riuscita, finché Aldwyn non trova una pergamena che sembra mettere in dubbio il loro destino.
La bravura di Epstein e Jacobson come al solito si manifesta nella strutturazione di una trama avvincente e con colpi di scena degni di tale definizione. Quella che invece ho trovato un po’ fastidiosa è stata la rapidità del tutto. Certo, sapevo già che i luoghi indicati nella mappa non sono così distanti tra loro, ma gli spostamenti sono troppi e troppo frettolosi. I personaggi mi sembravano più palle da ping pong che non degli animali. C’è anche da considerare il fatto che i famigli devono lottare contro il tempo per riunire i sette del Primo Phylum e condurli ad un Pietroglifo prima che Paksahara li distrugga tutti, però tutti questi spostamenti senza un attimo di tregua mi hanno lasciata frastornata. Questo potrebbe non essere un aspetto completamente negativo per i lettori più giovani, ormai abituati alle cose immediate, ma così si rischia di tralasciare la caratterizzazione dei personaggi che, per altro, avviene. 
Dal primo romanzo non ho riscontrato una crescita in nessuno dei personaggi: Aldwyn rimane il perfetto e impeccabile Aldwyn dell’inizio, anzi, perde quasi gli aspetti del gatto randagio che è stato; Skylar è la stessa ghiandaia saccente; Gilbert sempre fifone e pasticcione, anche se le parole che pronuncia alla fine mi hanno fatto sperare nella sua evoluzione nel libro successivo. 
Marianne, Dalton e Jack rimangono sempre sullo sfondo, ma avrei preferito un approfondimento su di loro e il rapporto che hanno coi rispettivi famigli.
Lo stesso problema affligge i nuovi personaggi: Marati, Navid, Anura, Banshee, Orion, Simeon, Lothar e Galleon sono  poco più che accennati e non si può dire che ci si affezioni a qualcuno di loro.
Galleon poi è quello che mi ha convinto meno di tutti: l’ex apprendista di Kalstaff, dopo essere caduto in disgrazia e con l’umore sotto i piedi, si riprende repentinamente e cambia idea (su cosa scopritelo voi) troppo in fretta. 
Lo stile, infine, se possibile, mi è sembrato più scarno e meno descrittivo rispetto ai precedenti volumi. Rimane scorrevole e piacevole da leggere, ma è come se si fosse spersonalizzato. 
Un’ultima cosa che non ho apprezzato sono le formule come “stringere la mano” et similia attribuite agli animali. Possono essere considerate come inezie, ma se si scrive di protagonisti animali a mio parere si dovrebbero adeguare anche certe espressioni e descrizioni.
In conclusione The Familiars rimane una lettura piacevole, avventurosa e, a tratti, divertente, con idee brillanti e innovative, come le noci antisbadiglio, i lumidestrieri e le Fosche Alture, ma manca di introspezione. Forse è per questo che mi sono sentita insoddisfatta quando l’ho finito: non sento di essermi affezionata a nessuno dei personaggi.
Penso comunque di leggere il quarto libro, la cui trama mi ispira molto di più.
Voi avete avuto le mie stesse impressioni?
Voi avete seguito la saga? Che ne pensate?

Yvaine

Recensione "Una questione privata" di Beppe Fenoglio

Ciao Folletti e bentornati sul blog! 
Come stanno andando le vostre letture?
Le mie abbastanza bene, anche se come vi avevo accennato in questo post non sono state tutte soddisfacenti.
Ma oggi è con immenso piacere che vi parlo di Una questione privata, uno dei miei libri preferiti.

Titolo: Una questione privata
Autore: Beppe Fenoglio
Pagine: 132
Editore: Einaudi
Prezzo: 12.00 €

Il romanzo si snoda in un lasso di tempo breve attraverso i territori delle langhe nei dintorni di Alba, la stessa città natale dell’autore. Questa non è l’unica componente biografica presente nel libro: anche la Resistenza fa parte del vissuto di Fenoglio e la figura di Fulvia può essere rintracciata in un amore adolescenziale dello scrittore; questi sono anche i temi su cui è imperniato il romanzo.
La Resistenza, pur facendo da sfondo alle vicende personali del protagonista, viene rappresentata con parole semplici, ma precise ed evocative da cui si ricava un quadro della situazione dei difficili rapporti tra le varie formazioni autonome, tra i partigiani e i fascisti e tra i partigiani e la popolazione.
Il cuore del romanzo consiste invece nell’amore di Milton per Fulvia, un sentimento distorto a causa dell’idealizzazione della ragazza che gli fa interpretare erroneamente i gesti e le parole di Fulvia tramite il filtro dell’illusione. Nel momento in cui questa favola si incrina Milton tramuta il suo amore in ossessione, che non ha il germe della gelosia, ma che risulta comunque malsana. La sua è la ricerca della verità, vuole disperatamente scoprire cosa c’è stato tra Fulvia e Giorgio, ma soprattutto che la ragazza gli confermi che la sua non è stata un’illusione. Perfino il destino di Giorgio è secondario a questa verità: nel romanzo viene rimarcato più volte il terrore di Milton riguardo alla sua morte, caso in cui (ancora più importante della perdita di un amico e compagno) lui “non avrebbe mai saputo”, e sarebbe morto con l’ossessione del dubbio.
“Una questione privata” si presenta dunque come un romanzo ariostesco per la ricerca di una verità irraggiungibile e sfuggevole e per un amore che porterà il protagonista alla follia, che lo renderà incurante dei pericoli della guerra e che rischierà di farlo uccidere.
L’ambiguità del romanzo si riscontra anche nel finale, ma non voglio rovinarvi la lettura. Nel romanzo, inoltre, la natura subisce una personificazione: rispecchia lo stato d’animo del protagonista ed è compartecipe del suo dolore. Così la nebbia è mistero e timore, così la tempesta imperversa nei momenti di foga e disperazione, e il vento aumenta con la voce del personaggio. Proprio a poche righe dalla fine, invece, il distacco: la natura lo abbandona, è completamente solo.
Pur essendo un romanzo breve, Beppe Fenoglio riesce a inserire una vasta gamma di personaggi differenti tra loro e riconoscibili tramite una rapida ma chiara caratterizzazione di ciascuno. Fenoglio non descrive mai i personaggi, ma lascia che i lettori ricavino un giudizio dalle loro azioni.
Milton si presenta subito come un giovane serio, un po’ ingenuo ma di sani principi che oggi definiremmo “all’antica”: rispetta Fulvia e, nonostante molto spesso si siano trovati da soli, non ha mai approfittato di lei. Nutre grande interesse ed ha una profonda conoscenza della musica e la letteratura straniera, qualità con cui sperava di conquistare il cuore della ragazza, dato il suo aspetto fisico poco attraente fatta eccezione per gli occhi grigi, definiti “tristi e ironici, duri e ansiosi” che ben riassumono la sua personalità. Più volte durante il corso del libro si mostrerà leale e coraggioso.
Fulvia la conosciamo solamente dalla prospettiva di Milton, grazie ai numerosi flashback che ci forniscono un quadro ambiguo della ragazza e dell’intera situazione: molto spesso si prende gioco di Milton senza che lui se ne accorga e in alcuni punti possiamo ricavare informazioni anche sul suo rapporto con Giorgio, che risulta altrettanto incerto. Nelle occasioni in cui sono presenti entrambi i giovani sembra trarre soddisfazione dalla competizione che si viene a creare tra i due amici. Appare dunque frivola e beffarda verso i sentimenti altrui, lusingata dalle attenzioni che le sono rivolte e dalla contesa che ha scatenato. L’immagine che rimane più impressa di questo personaggio è la sua inafferrabilità come se appartenesse alla dimensione del mito.
Lo stesso vale per Giorgio: ne abbiamo sporadiche notizie che contribuiscono a crearne un’idea negativa, essendo anche il rivale in amore di Milton. Di lui sappiamo che è una persona riservata e solitaria che però aveva trovato in Milton un amico fraterno.
In conclusione, un romanzo breve ma intenso, ricco di emozioni coinvolgenti e sconvolgenti, un’analisi magistrale degli effetti psicologici di un amore malato e idealizzato inserita nel complesso quadro della Resistenza. Un libro da leggere perché ha molto da dare, un ottimo approccio alle letture che riguardano la Seconda Guerra Mondiale per chi come me, fino a questo momento, ha avuto difficoltà ad avvicinarcisi.

Voi lo avete letto?

Yvaine