#Pisa Book Festival: intervista ad Alessio Del Debbio

Come anticipato qui, ho avuto il piacere di incontrare Alessio Del Debbio e ne ho approfittato per intervistarlo, con la partecipazione speciale di Chiara, la mia coinquilina.
Per me è stata una conversazione stimolante, così come quella con Giordana Gradara. Curiosi di sapere cosa ci siamo detti? Allora non vi resta che leggere.
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Dalla tua biografia emerge la tua passione per il fantasy, eppure tra le tue pubblicazioni questo genere manca, a parte un racconto inserito nell’antologia Dreamscapes. Come mai non ti sei cimentato nella scrittura di un romanzo fantasy?
In realtà mi sono cimentato: ho scritto L’ora del diavolo, un’antologia di racconti fantastici ispirati a leggende lucchesi e delle Alpi Apuane, quindi sono tutte storie un po’ fantastiche, un po’ di terrore ambientate nella zona di Viareggio, Lucca, Alpi Apuane, Garfagnana, e legate al folklore locale. In più dal prossimo anno, forse a giugno, uscirà il mio primo romanzo Urban Fantasy ispirato alla mitologia nordica e avrà protagonisti gli úlfheðnar di Odino, cioè questi uomini lupo che vivono sulle montagne della Garfagnana. Sarà l’inizio di una trilogia.
Come si è rivelata finora la tua esperienza con l’associazione Scrittori Emergenti Uniti?
Molto positiva, anche perché come autori emergenti, da soli, è effettivamente molto difficile farsi notare, serve veramente tanto lavoro di relazioni, oltre che scrivere un buon libro, ma anche a livello promozionale è difficile farsi notare. Quindi mettersi insieme, essere un gruppo di autori che magari si sostiene a vicenda è positivo, aiuta umanamente ma anche professionalmente. Ben vengano questi gruppi di gente che ha voglia di fare.
La tua zona ti sostiene e ti valorizza in qualche modo?
Non molto, purtroppo. A Viareggio abbiamo un caffè letterario aperto da poco, molto carino, dove ogni tanto ho fatto un paio di eventi, ho presentato il mio libro e i libri di altri amici scrittori, però per il resto non c’è molto. Solo d’estate c’è un po’ di giro grazie al turismo, in passeggiata e in zona mare, quindi si possono organizzare aperitivi letterari, però purtroppo non è una cosa così diffusa.

Ma c’è partecipazione a questi eventi? 
Purtroppo limitata, non c’è molto interesse.



Cosa ne pensi dell’autopubblicazione? 
Diciamo che ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi. È positivo che un autore si possa organizzare da solo, può scegliere la copertina che vuole, curare il testo, farlo uscire quando vuole e, ovviamente, avrà il guadagno tutto per sé, cosa che di solito, con le case editrici, è un guadagno molto piccolo, intorno al 5-7%. Il lato negativo è che il più delle volte non hai un confronto professionale con qualcuno che è del settore e che dovrebbe saper fare il suo lavoro. A me è capitato di leggere testi autoprodotti che erano terribili, mi dispiace dirlo, al di là del gusto personale, intendo proprio come grammatica. Purtroppo c’è anche l’altra faccia della medaglia, si rischia di pubblicare qualsiasi cosa, c’è un marasma di pubblicazioni e il lettore è disorientato. Alla fine magari quello che scrive peggio riesce a vendersi meglio di quello che comunque ha scritto un libro di qualità, ma non sa proporsi. Quindi si crea questa situazione un po’ caotica.

Ecco, veniamo alla pubblicità su Facebook: spam inutile o serve davvero a farsi notare? 
Più che spam direi promozione sui gruppi e sulle varie pagine di Facebook, però senza mai essere invasivi. Io partecipo a un paio di gruppi, ma cerco di rispettare i programmi: se un giorno parliamo dei luoghi dei libri è inutile postare semplicemente il link, di’ qualcosa sul luogo, cerca di partecipare alla discussione e magari riesci a stabilire anche qualche contatto con altri autori e da cosa può nascere cosa. Bisogna farlo con moderazione, più che altro.

Chiedevo, perché da esterna mi sembra che alla fine si svolga tutto tra gli autori, e che i lettori spesso percepiscano la cosa più come promozione spudorata e, per questo, evitino di seguire attivamente questi spazi. 
Sì, infatti su qualche gruppo ogni tanto spunta un sondaggio tipo: “ma c’è qualcuno che legge questi post che scriviamo?”. Effettivamente il più delle volte sono gruppi di spam. Io partecipo a tanti e quelli che hanno qualche argomento di discussione saranno sei/sette. Ti dico dieci proprio a dir tanto, ma sono comunque pochi.

Perché infatti secondo la mia percezione, non si crea neanche una discussione tra lettore e autore o anche semplicemente tra i vari lettori. 
No, infatti io prediligo quei gruppi dove c’è il tema della giornata e si cerca di rispettarlo: magari un giorno si parla dei personaggi, un altro dei luoghi, si mettono le foto. Insomma, qualcosa di diverso.

Quindi basta trovare i gruppi giusti? 
Sì, e anche leggere!

(Domanda della mia coinquilina) Ho visto che hai partecipato a diversi corsi di scrittura: volevo sapere se sono effettivamente utili oppure no. 
Secondo me servono molto. Ovviamente devono essere fatti bene, questo è chiaro. Devo dire però che più che corsi ho seguito dei laboratori, sembra una distinzione minima, però il corso è una cosa cattedratica, diciamo, il laboratorio è più creativo. Effettivamente, se vuoi migliorarti, devi ovviamente imparare alcune tecniche, leggere tanto, però fare molta pratica anche con qualcuno che ti segue. Io ho partecipato ad alcuni laboratori con Mirco Tondi, uno scrittore di Firenze che si occupa da tanti anni di organizzare cose del genere. Fa cinque o sei laboratori l’anno con gruppi ristretti, massimo otto persone, quindi riesci a seguirli bene e sono molto creativi, puoi dare spazio alla tua fantasia, ovviamente seguendo un percorso dall’inizio alla fine e fare tanti esercizi. Anche i più vari, per esempio scrivere uno stesso testo con un punto di vista diverso, creare nuovi personaggi, tutta una serie di esercizi anche mentali che servono a stimolarti. Poi ovviamente bisogna leggere tanto, anche i classici oltre che quelli contemporanei, perché alla fine se se ne parla ancora dopo tanti secoli un motivo c’è.Tornando ai corsi, a me sono serviti, anche perché ti confronti con gli altri, anche se all’inizio si è un po’ timidi e ci si sente in imbarazzo a leggere agli altri i propri testi, però si è tra persone che vogliono imparare e confrontarsi. Poi con alcuni scrittori di Viareggio, con cui ho seguito questo laboratorio, abbiamo creato un’associazione culturale Viareggio con cui ci organizziamo per promuovere i nostri libri alle presentazioni, quindi si è creato anche un buon clima.

Grazie per averci concesso un po’ del tuo tempo! 
Grazie a voi!

#Pisa Book Festival: intervista a Giordana Gradara

Come anticipato qui, ho avuto il piacere di incontrare Giordana Gradara con cui ho scambiato quattro chiacchiere. 
Per chi non lo sapesse, è stata la prima editrice che ho intervistato per SEMEPI
Vi siete persi l’intervista? 
Molto male, ma potete sempre recuperarla qui: Intervista Plesio Editore.
Dopo questa breve introduzione veniamo subito a noi, ché ci sono tante cose interessanti da leggere!
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È la prima volta che venite al Pisa Book Festival? 
Sì, è il primo anno che partecipiamo a questa manifestazione. Ne abbiamo sempre sentito parlare bene e la nostra posizione geografica ci pone a metà fra Pisa e Chiari, in provincia di Brescia. Fino all’anno scorso entrambe le città ospitavano due manifestazioni dedicate alla microeditoria, Chiari ci era più comoda, quindi abbiamo sempre preferito l’altra location. Quest’anno finalmente hanno capito che potevano anche essere fatte in due date diverse, quindi l’altra settimana eravamo al Festival della MicroEditoria di Chiari e oggi siamo qui.

Ho visto appunto che partecipate a molte fiere: avete riscontrato qualche differenza per quanto riguarda il pubblico delle varie manifestazioni? 
Una fiera è assolutamente diversa dall’altra, e la stessa fiera, di anno in anno, non presenta lo stesso tipo di pubblico, è sempre una scoperta nuova. In linea di massima posso dire che ho trovato delle differenze come preferenza di un genere piuttosto che di un altro tra le varie regioni, ma cose comunque molto aleatorie. Possono anche essere smentite al prossimo incontro.

Più o meno qual è la tendenza delle varie regioni? 
Ho visto che ultimamente c’è stata un’ondata di Urban Fantasy associato al Paranormal Romance,anche se sono due cose diverse, soprattutto per quel che riguarda il sud Italia, fino a Roma, mentre al nord persiste ancora, abbastanza forte, l’amore per il fantasy classico. È una cosa in linea ovviamente generica.

Qual è il panorama delle case editrici italiane? Quanto è difficile aprire una nuova realtà editoriale e mantenerla, oggi? Si può o spesso rimane solo un sogno? 
Il panorama è abbastanza grigio. I lettori sono sempre di meno, i libri sempre di più. Diciamo che sopravvive chi trova la sua nicchia di mercato e fa di tutto per non deluderla. I guadagni son risicati, ma tutto dipende dalle aspettative, e dall’investimento iniziale. Tra l’altro è complicato risponderti, perché ci sono pubblicazioni più facili da vendere e altre più complesse. Diciamo che comunque stiamo parlando di una bella sfida.

E il panorama del fantasy in Italia? Spesso come genere viene screditato, ma poi col boom di Game of Thrones, per dirne una, sembra essersi creato un fenomeno che attira molti fan, dando forse un nuovo futuro al genere. E’ un’impressione o c’è davvero una ripresa? E’ la mentalità dei lettori che deve cambiare o qualcosa anche nel tipo di trame proposte? 
Non so se sia cambiato qualcosa. Si diceva lo stesso del fenomeno Signore degli Anelli. Credo che sia un genere che goda di interesse ciclico. In realtà la nostra forza è attirare sia il lettore occasionale, magari attratto proprio dallo spopolare del momento, che quello già esperto e navigato del mondo della fiction. Non penso che debba essere il lettore a cambiare. Noi costruiamo un prodotto per lui, è più logico che siano gli autori e gli editori a muoversi secondo i suoi desideri. Certo, se poi vogliamo parlare di cultura del fantastico (o della lettura in genere), questo è un altro paio di maniche.

Veniamo alle spine! Nel dibattito Torino-Milano come si inserisce una casa editrice indipendente come la vostra? 
La nostra casa editrice spalleggia Torino, anche perché, per come si sta ponendo tutta la questione, Torino punterà effettivamente sulla qualità. Anzi, i tanti difetti che ha avuto fino allo scorso anno il Salone di Torino, come ospitare alcuni editori dalle politiche non troppo etiche, verranno eliminate, mentre la fiera di Milano è ancora prettamente commerciale. Consideriamo che quest’ultima viene spalleggiata dall’Associazione Italiana Editori, la quale è composta prevalentemente dai grandi marchi. Piccolo aneddoto: quando noi abbiamo fatto richiesta d’iscrizione all’AIE alcuni anni fa, perché per fare scolastica devi essere forzatamente iscritto, non ci hanno mai risposto.

Sì, ho visto che molti hanno lasciato all’AIE. 
Molti editori sono usciti dall’Associazione Italiana Editori, tra l’altro ne è stata aperta un’altra che è l’associazione Amici del Salone del Libro di Torino, che ovviamente spalleggerà il Salone. Non abbiamo ancora visionato il regolamento della nuova associazione, quindi non so se aderiremo o meno, però come fiera ci sta piacendo molto di più l’impostazione che ha Torino, e mi è piaciuta anche molto la risposta, che ho visto in maniera parziale, dei torinesi. Tra i miei autori tre sono torinesi e sono tutti e tre inviperiti. Secondo me la città di Torino reagirà benissimo, questo sarà il Salone che veramente cambierà la direzione e lo rinnoverà. Dato che il personale del Salone di Torino dello scorso anno ora lavora alla fiera di Milano, quest’anno avremo a che fare con persone che al Salone lavoravano nel retrobottega, senza aver modo di far valere le loro idee, che secondo me invece sono molto valide.Lo scorso anno avevamo a che fare con il personale del Salone del Libro di Torino che bellamente quest’anno lavora per il Salone di Milano il che, secondo me, è molto positivo perché ha dato modo di svecchiarsi relativamente, perché quest’anno abbiamo a che fare con alcune persone che l’anno scorso lavoravano diciamo nel retrobottega e non avevano modo di far valere le loro idee, che secondo me invece sono molto valide. Quelli con cui ho avuto a che fare fino a questo momento sono tutti molto giovani, hanno idee innovative e sono molto motivati.

Ho visto anche che, finalmente, hanno fatto degli sconti per gli stand. 
Finalmente c’è un’associazione del libro con annessa fiera che si mostra aperta o comunque disponibile verso la piccola editoria. Non potevano fare diversamente: se la grande editoria va a Milano è logico che qualcuno devono riuscire a farlo rimanere, e per farlo devono offrire degli stand vantaggiosi. Una cosa molto bella che hanno fatto è stato collaborare col Politecnico, non so se questo si sa. Quest’anno tutta la manifestazione non sarà più disegnata con i soliti stand lineari, ma verranno progettati, almeno per quelli per cui la progettazione verrà effettivamente affidata al Politecnico, degli stand open space.

Spesso un lettore preferisce acquistare i libri su Amazon o simili piuttosto che in libreria. Questo come influisce sulla casa editrice e sulle vendite? È importante richiedere un vostro titolo in libreria, vi consente più visibilità o non c’è alcuna differenza? 
La situazione ideale per noi si ha o con la vendita diretta in fiera o sul sito, così abbiamo anche il rapporto diretto con il lettore soprattutto, c’è modo di conoscersi, di tastare il polso, vedere che cosa piace e che cosa viene richiesto o no. Diversamente i nostri libri sono tutti ordinabili tranquillamente per quel che riguarda il discorso online, relativamente per quel che riguarda il discorso librerie. Che un libro venga venduto da IBS, da Amazon o dalla libreria sotto casa per noi è uguale perché il nostro distributore è sempre lo stesso, per l’uno e per l’altro canale. E’ logico che avere una libreria disponibile a ordinare un nostro titolo, per noi è un vantaggio. I nostri titoli sono distribuiti da Libro Co che è un distributore toscano, ma si occupa di distribuzione a livello nazionale ed è anche partner FastBook. Quindi sono ordinabili in tutte le catene IBS, Ubik senza problemi e in realtà da qualsiasi libraio indipendente. Poi prendiamo accordi anche direttamente con le librerie, laddove ci fossero delle librerie disponibili, ma questo di solito succede solamente quando si ha una libreria di genere, come la Miskatonic di Reggio Emilia o un’altra che ha aperto da poco a Torino.

Mi chiedevo: se c’è richiesta di quel dato libro, il libraio è portato a tenere qualche copia in negozio. 
A livello teorico sì, a livello pratico generalmente il libraio ordina semplicemente quella che gli viene chiesta e poi forse, ma… (Insomma, abbiamo capito che non va proprio così!)

Una pubblicazione digitale può risolvere in parte il problema? Forse attira più lettori, anche fra chi guarda con scetticismo verso realtà più piccole, per i bassi costi degli ebook. E, a questo proposito, perché esiste così tanto divario tra i prezzi degli ebook di un grande marchio e quelli di una casa editrice minore? Su cosa si basa il prezzo di un ebook? 
Sfortunatamente la piccola/media editoria, con i suoni numeri e la sua distribuzione, non può permettersi di ridurre il prezzo di copertina ai livelli dei grossi editori, che di solito tra l’altro posseggono anche direttamente gli stabilimenti tipografici, l’azienda di distribuzione e –spesso- la rivendita, potendosi permettere così di abbattere i costi. Non ho la presunzione di sapere il perché i grandi marchi continuino a mantenere alto il prezzo degli ebook, posso solo avanzare delle ipotesi. In un mercato in crisi, dove per noi piccoli il digitale rappresenta una grossa opportunità, per il grande editore rappresenta invece un campo in cui il suo – passami il termine- monopolio di distribuzione viene sensibilmente ridotto. È vero che anche nel digitale il grosso marchio ha una visibilità cento volte superiore alla nostra, ma è altrettanto vero che comunque chiunque cerchi un nostro ebook è in grado di trovarlo e non si trova di certo di fronte alle problematiche classiche di chi ordina un titolo di un piccolo editore in una qualsiasi libreria (problematiche tra l’altro presenti spesso anche quando si parla di libri distribuiti comunque da un distributore nazionale). In sostanza, penso che per i grandi gruppi il digitale rappresenti il pericolo di allargare il mercato a concorrenti se non pericolosi presi singolarmente, sicuramente spaventosi considerati nel loro insieme. Del resto, uniti, gli editori medi e piccoli rappresentano oltre l’80% del totale (indagine ISTAT sulla produzione libraria del 2015). Per concludere, credo che la politica del prezzo alto dell’ebook utilizzata dalla grande editoria trovi la sua ragion d’essere proprio nel tentativo di sabotaggio del mercato digitale. Impossibile, credo, ma di certo anche se si trattasse di una mossa incapace di arrestare questo fenomeno, di sicuro si tratta di una strategia idonea a rallentarlo.

Grazie mille della disponibilità. 
Grazie a te e buon proseguimento.

Spero che vi sia piaciuta e che l’abbiate trovata interessante!
A domani per la prossima intervista!